San Caprasio - Museo di San Caprasio

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San Caprasio

Chi era San Caprasio

San Caprasio fu la principale guida spirituale di Sant'Onorato di Arles. Rinunciò a grandi prospettive mondane, preferendo andare a vivere da eremita presso la celebre isola di Lérins, al largo della Costa Azzurra. La si era recato anche Onorato con suo fratello Venanzio, due giovani desiderosi di averlo come maestro. Quando i due fratelli meditarono di trasferirsi in Oriente, anche Caprasio li seguì per condividere tale esperienza. Il viaggiò li obbligò a privarsi di molte cose ed a condurre una vita molto dura, tanto che la loro salute divenne cagionevole enon appena giunti in Grecia Venanzio morì. I due superstiti fecero allora ritorno in Gallia e per qualche tempo si rifugiarono tra le montagne attorno al Fréjus, optando poi per trasferirsi nuovamente a Lérins al fine di imitare l'austera vita dei padri del deserto. Ben presto altri seguaci si unirono a loro, desiderosi di seguire i medesimi ideali, e si rese così necessario ispirarsi alla regola di San Pacomio per formare un'ampia comunità come quella di Tabennesi in Egitto, dove un gran numero di piccole case religiose erano sottoposte ad una regola comune e ad un unico superiore.
Sembra storicamente accertato che Caprasio non divenne mai ufficialmente superiore della comunità monastica, forse perché troppo avanti negli anni o piuttosto perché Onorato possedeva un maggior carisma di amministratore, ma è comunque comunemente considerato fondatore e primo abate di Lérins, in quanto guida spirituale di Onorato e così di tutto il complesso monastico.Nella “laudatio” che Sant'Ilario di Arles compose dopo la sua morte, che costituisce la nostra principale fonte di informazioni sul suo conto, Caprasio è lodato per la sua grande fama di santità. Sant'Ilario stesso fu monaco a Lérins, per poi succedere ad Onorato sulla cattedra episcopale di Arles.L'influenza che Lérins esercitò in seguito attraverso la Gallia e la Chiesa celtica in Irlanda e Britannia fu dovuta principalmente all'esempio della sua prima guida spirituale, San Caprasio, la cui opera si percepisce ancora oggi sull'isola mediterranea che ancora è sede di un fiorente monastero. Anche il nuovo Martyrologium Romanum, nel commemorarlo al 1° giugno, ne riconosce la paternità di questa grande opera.

San Caprasio Patrono di Aulla

“ Sappiate che Cristo lo enumera tra i suoi amici ”Nel 1077 per la prima volta un diploma di Enrico IV riporta la dedicazione a San Caprasio dell’Abbazia di Aulla.Geo Pistarino, citando il documento di fondazione dell’884, ricorda che Adalberto volle dedicarla a Santa Maria ed in onore di quei santi che vi saranno custoditi.Lo sbarco dei Saraceni a Frassineto di Provenza è dell’890 e lo studioso colloca l’arrivo delle Reliquie ad Aulla tra la fine del X° secolo e l’inizio del secolo XI°.Per mille e più anni il ricordo della presenzaad Aulla del corpo di san Caprasio è stato affidatoalla tradizione orale, che lo voleva custodito sotto l’altar maggiore. Tuttavia comunemente si riteneva che le reliquie fossero ormai andate disperse a seguito dei numerosi interventi che nel corso dei secoli avevano interessato la chiesa. Solo nell’ottobre del 2003, durante gli scavi archeologici, è tornata alla luce una tomba monumentale contenente un prezioso reliquario in stucco.Nel suo interno si sono trovate poche ossa di un uomo molto anziano, disposte con cura nell’ aspetto di un corpo disteso, rivolto verso oriente.Gli studi antropologici e le datazioni al radiocarbonio hanno dimostrato che le ossa appartengono ad un uomo vissuto nel V° secolo, che negli ultimi anni di vita si è alimentato con pesci e crostacei, che ha camminato molto.Questi dati, assieme al ritrovamento di un corpo incompleto, che evidentemente era stato sepolto altrove e qui era stato ricomposto solo molto tempo dopo la morte, concordava con quanto storicamente si sapeva circa la vita del santo e il nascondimento delle reliquie, a seguito delle incursioni saracene.Valutati i risultati delle indagini scientifiche e la secolare tradizione del culto locale il vescovo Eugenio Binini riconosceva, esattamente 1600 anni dopo la fondazione di Lerins, l’autenticità delle reliquie e nominava san Caprasio patrono del tratto diocesano della Via Francigena



La Regola di San Benedetto

Valutati i risultati delle indagini scientifiche e la secolare tradizione del culto locale il vescovo Eugenio Binini riconosceva, esattamente 1600 anni dopo la fondazione di Lerins, l’autenticità delle reliquie e nominava san Caprasio patrono del tratto diocesano della Via Francigena.Dalla Regola di San Benedetto si possono dedurre informazioni per comprendere come era organizzata la vita del monastero:

L’Abate:
“L’abate, che è degno di governare il monastero, deve sempre ricordare come vien chiamato e adempiere con i fatti il nome di superiore…sappia qual cosa ardua e difficile egli ha intrapreso col dirigere anime e adattarsi al carattere di molti. Tratti l’uno con la sua dolcezza, l’altro con le minacce, l’altro con la persuasione:si adatti e si conformi a tutti, secondo l’indole varia e le capacità di ciascuno, per non patire il danno dell’ovile che ha in custodia…soprattutto non trascuri o tenga in poco conto la salute delle anime che gli sono affidate per darsi più cura delle cose passeggere, terrene e caduche, ma rammenti che ha preso a dirigere anime delle quali dovrà rendere ragione”

Il portinaio del monastero:
“Si ponga alla porta un vecchio saggio che sappia ricevere ambasciate e portare risposte, e che l’età matura non lasci andar vagando. Questo portinaio deve aver la sua cella presso la porta, perché chi arrivi trovi sempre qualcuno presente che risponda loro. E appena sarà bussato o che un povero chiamerà, risponda ‘ grazie a Dio ’ o ‘ benedici ’ e con ogni mansuetudine rechi sollecita risposta con fervore di carità”


Il cellario del monastero:“ Sia scelto saggio, grave di costumi, sobrio, non forte mangiatore, non superbo, non turbolento, non pronto alle ingiurie, non lento, non prodigo, ma timorato di Dio, perché sia a tutta la comunità come un padre. Provveda a tutti, ma non faccia nulla senza l’ordine dell’abate. Non rattristi i fratelli e se un fratello chiede qualche cosa di poco ragionevole non lo contrasti col disprezzo, ma gli rifiuti ciò che chiede con persuasione e umiltà. Tutti gli arnesi del monastero e tutta la roba tenga in conto come dei vasi sacri dell’altare. Si prenda cura con sollecitudine degli ammalati, dei fanciulli, degli ospiti e dei poveri, sapendo senza dubbio che di tutti questi renderà conto il giorno del giudizio”

Arnesi e oggetti del monastero:
“Ciò che il monastero possiede di attrezzi, abiti e qualunque altra cosa, l’abate l’assegni a fratelli sulla vita e costumi dei quali possa far conto, e di tutto l’abate tenga un elenco per sapere che cosa dà e che cosa riceve mentre i fratelli si succedono nei rispettivi incarichi”

I settimanari di cucina:
“I fratelli si servono a vicenda e nessuno sia dispensato dall’ufficio della cucina, se non per malattia, ai deboli si procurino aiuti…se la comunità è numerosa sia dispensato da ciò il cellario: tutti gli altri servano tra loro in carità. Chi esce la settimana, al sabato rigoverni ogni cosa. Lavi le tovaglie con le quali i fratelli asciugano le mani e i piedi e tanto chi esce quanto chi entra lavino i piedi a tutti. Un’ora prima di pranzo i settimanari ricevano, oltre la parte che spetta loro, un po’ di vino e di pane, perché all’ora della refezione servano i fratelli senza mormorare e senza troppa fatica: però nelle solennità aspettino fino a messa finita. I settimanari che entrano e che escano, la domenica nell’oratorio, subito dopo le laudi, si prostrino innanzi a tutti chiedendo preghiere”

La misura del cibo:
“Per la refezione quotidiana crediamo che due vivande cotte bastino alla diversità dei bisogni, così chi non può mangiar dell’una prenderà dell’altra. Se vi fossero legumi teneri o frutta se ne aggiunga una terza. Una buona libbra di pane basti per la giornata… se si sarà lavorato di più starà al giudizio dell’abate aggiungere qualche altra cosa. Tutti si astengano dal mangiare carne di quadrupedi, eccetto quelli molto deboli e gli ammalati”

La misura del bere:
“Tutti sentiamo una certa esitazione a misurare il vitto altrui. Pure, tenuto conto della debolezza degli infermi, crediamo che basti un’emina di vino (antica unità di misura pari a 0,273 litri) al giorno, e quelli a cui Dio concede di poterne far senza, sappiano che avranno la loro mercede. Se poi il bisogno del luogo o le fatiche e il caldo dell’estate richiederanno di più, questo sia in potere al superiore, il quale vigilerà che mai si arrivi all’ebbrezza. Per quanto leggiamo che il vino assolutamente non è per i monaci, pure siccome non è possibile persuaderne i monaci, acconsentiamo che almeno si beva fino alla sazietà, ma con moderazione perché il vino fa apostare anche i saggi. E se il luogo non consente la misura che si è detta, ma assai meno o niente, quelli che vi abitano benedicano Dio e non mormorino”

Il lavoro manuale quotidiano:
“L’ozio è nemico dell’anima, perciò i fratelli devono attender al lavoro manuale e alla sacra lettura. Se la necessità del luogo e la povertà li costringe a badare loro stessi ai raccolti, non se ne contristino, perché sono veri monaci quando vivono col lavoro delle loro mani, ma si faccia tutto con moderazione riguardo ai più deboli”

Come si ricevono gli ospiti:
“Gli ospiti che arrivino siano accolti tutti come se fossero Cristo, perché egli dirà un giorno: ‘fui pellegrino e mi riceveste ’ e a tutti si faccia onore come conviene, ma particolarmente ai congiunti nella fede e ai pellegrini. Appena sarà annunziato l’ospite gli vada incontro il superiore con ogni dimostrazione di carità, preghino assieme, poi si scambino l’abbraccio di pace. Questo però sia offerto solo dopo la preghiera per prevenire ogni illusione diabolica. Col capo chino, o tutto il corpo prostrato, si adori Cristo che in essi viene ricevuto.Gli ospiti siano poi accompagnati all’orazione, dopo di che il superiore terrà loro compagnia. Sia letta agli ospiti la Legge Divina e dopo si usi loro ogni cortesia. In suo onore il superiore rompa il digiuno, l’abate dia acqua alle mani dell’ospite. Soprattutto nel ricevere i poveri e i pellegrini si usi gran riguardo e premura, poiché in essi si riceve Cristo, mentre la potenza dei ricchi da sé sola si impone al rispetto. La cucina per gli abati e l’ospite sia fatta a parte, cosicché gli ospiti giungendo a ore impreviste non disturbino i fratelli. La cella degli ospiti abbia un sufficiente numero di letti e chi nel monastero non abbia incarichi di assistenza all’ospite sappia che non gli è permesso comunicare con lui e, se lo incontra, lo saluti umilmente e, chiesta la benedizione, si ritiri”

La mensa dell’abate:
“La mensa dell’abate sia sempre con ospiti e forestieri. Se gli ospiti sono pochi può chiamare quali crede dei fratelli”

Gli artigiani del monastero
“Se nel monastero vi saranno artigiani, esercitino la loro arte con grande umiltà, sempre che lo permetta l’abate. E se di quel che si è prodotto dagli artigiani qualche cosa si dovrà vendere, quelli tramite i quali si è fatto l’affare, badino a non farvi inganno. Nei prezzi, poi, non si insinui il vizio dell’avarizia, anzi si dia sempre a meno di quel che chiedono i secolari, perché in tutto sia glorificato Dio

Lasciamo che sia S. Ilario a parlare di lui nell’orazione funebre di Sant’ Onorato, pronunciata nel 431:



Onorato e Venanzio presero con sé un vecchio, San Caprasio, uomo di perfetta e piena austerità che, loro padre in Cristo, chiamarono sempre “padre”; egli, ancora oggi, conduce nelle isole vita angelica. Sebbene il vostro amore abbia ignorato fino ad ora il suo nome e la sua vita, sappiate che Cristo le enumera tra i suoi amici. Lo unirono a sé per istruire e custodire la loro vita nel signore, loro che furono scelti da un gran numero di giovani come custodi “.




Del nostro santo parlerà anche Fausto di Riez, abate di Lerins tra il 434 e il 462, ricordando la fondazione della comunità monastica da parte di S. Onorato:“ preso con sé il beato Caprasio per averne conforto e compagnia, si rimise all’esame e decisione di costui per tutto ciò che aveva regolato e ordinato: in sua compagnia ha introdotto in questo deserto la gloria di Cristo. Un piccolo gregge, certo, ma composto da eletti: essi lo dirigevano,uno con la sua autorità, l’altro con i suoi consigli; uno vegliava sul suo compito di pastore attento, l’altro, nella solitudine, come su un monte lontano, invocava Dio pregandolo senza interruzione”Questo grande Santo, patrono di Aulla, guida di S.Onorato e san Venanzio nel pellegrinaggio in Oriente è oggi il patrono dei pellegrini che tornano a percorrere la Via Francigena.

Lerins (oggi S.Honorat): le incursioni saracene, il nascondimento delle reliquie dei santi

Quest’isola al largo di Cannes porta il nome di S. Onorato.Da milleseicento anni è abitata da monaci che vivono nella preghiera, coltivando vigneti e campi di lavanda.Da quest’oasi di spiritualità si è diffusa la pagina più importante del monachesimo provenzale dei primisecoli.Qui il nostro santo patrono Caprasio è giunto nel 404,accompagnato da Onorato, Ilario e da un primo gruppo di uomini, desiderosi di seguire l’insegnamento dei Padri del deserto: ben presto arrivarono decine di seguaci e ancor prima di San Benedetto la comunità adottò una regola monastica.Nel V° e VI° secolo Lerins conobbe una grande stagione spirituale: su quest’isola si formarono S. Ilario, S. Eucherio, i santi Massimo e Fausto, San Vincenzo Lerino, San Cesario di Arles, San Benedetto Biscop, monaco inglese formato a Lerins che fondò a Jarrow il monastero dove visse Beda il Venerabile.Dopo questo periodo di prosperità Lerins subì i disordini dell’ VIII° secolo e ripetute invasioni da parte dei Saraceni.Ce lo ricorda il poeta trovatore Raymond Feraud, vissuto nel XII° secolo e divenuto monaco a Lerins, in un poema in versi sulla vita di S.Onorato nel quale ricorda l’esortazione di Porcario, affinché i monaci lascino l’isola e salvaguardino le reliquie:“Allora si levò Porcario e disse: nascondiamo bene e devotamente le Reliquie che sono nella santa isola per paura dei pagani, perché non le possano profanare e toccare con le loro mani”.Col nascondimento delle Reliquie, per preservarle dagli infedeli, la storia di san Caprasio e delle sue spoglie si intreccia con quella di Aulla e della sua abbazia.I resti mortali di San Caprasio giungeranno ad Aulla alcuni secoli dopo la sua morte nell’isola dove, quando fu ultimata la costruzione della chiesa del monastero, furono esposti alla venerazione dei monaci e dei numerosi pellegrini. Scrive Feraud:“ Nella chiesa di San Pietro, patroni dell’isola, terminati il tempio e l’altare, dopo aver sacrificato a Dio, vi furono posti i santi Caprasio e Venanzio”.Lo stesso poeta ci rammenda la tradizione della visita di papa Eugenio (654-657), di cui si ricordano proprio le relazioni con alcuni monasteri della Gallia, che si sarebbe recato sull’isola per esaminare la regola e accertarsi dei miracoli che vi accadevano:“… il santo padre cavalca, e cammina per la pianura toscana, passa Firenze, Lucca, Pistoia e Genova la bella …. Il santo Padre esamina la regola e la chiesa di san Pietro che hanno edificato e ha canonizzato i preziosi corpi santi che sono sull’isola, Caprasio e Venanzio…”Oggi sull’isola di S. Onorato una chiesetta isolata ricorda Caprasio: la tradizione vuole che essa sia sorta sul luogo dove, in una precaria capanna, Caprasio visse in eremitaggio e preghiera, così come era consuetudine tra i padri del deserto, ciascuno in una capanna isolata, ma con momenti di preghiera comuni.La chiesa è stata restaurata di recente e al rito di consacrazione, presieduto dall’arcivescovo di Montecarlo, l’abate di Lerins volle una rappresentanza della parrocchia e del comune di Aulla: allora la presenza delle Reliquie del Santo tra noi era soltanto una supposizione affidata alla tradizione


La misura del cibo:


“Per la refezione quotidiana crediamo che due vivande cotte bastino alla diversità dei bisogni, così chi non può mangiar dell’una prenderà dell’altra. Se vi fossero legumi teneri o frutta se ne aggiunga una terza. Una buona libbra di pane basti per la giornata… se si sarà lavorato di più starà al giudizio dell’abate aggiungere qualche altra cosa. Tutti si astengano dal mangiare carne di quadrupedi, eccetto quelli molto deboli e gli ammalati




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